18/01/2011
Pioggia
Cade la pioggia.
L'odore impregna tutto, intorno a me, le scarpe bianche che poggiano sul fango che scorre scivolando a rivoli sull'asfalto.
Fermo inchiodato in silenzio sentendo che lacrime e pioggia si fondono incontrandosi insieme al suono battente che scorre indifferente come se potesse annullare il dolore.
Tutto scivola, tutto si mescola, il desiderio è che tutto cancelli.
Chiudo gli occhi sotto i capelli bagnati che si lasciano inondare dalla pioggia e spalanco le mie braccia verso il cielo, per lasciare che l'acqua mi entri dentro e porti via con sè tutti i miei desideri che non posso raggiungere, le mie speranze che bruciano dentro e chiedono di non fare più così male.
Penetra nel profondo ma non mi tocca, non riesce a raggiungere il centro e vi scivola sopra ogni volta intorno senza impregnarlo. È un guscio troppo intimo e duro, che non si rompe e non si lascia forzare.
Non è questo il posto.
Non è qui sotto quest'acqua sporca che devo stare.
C'è un diamante prezioso e luminoso, una pietra viva unica al mondo che aspetta, pulsando.
Via da questa pioggia, da questo asfalto, da questa autostrada senza senso che vuole lavare via le incrostazioni del fango che protegge quella pietra.
È il viaggio. Quello fuori che si fa per dare voce all'altro intimo tuffarsi nelle profondità dei paesi dell'anima.
Scompaio dentro di me e porto la mia Samsonite grigia, correndo fino a quel palazzo di vetro e di acciaio. Teste di giganti mi guardano, massicce come pietre gigantesche a cui nulla sfugge. Telecamere ghiacciate come i cuori degli dei che sorvegliano le mie mosse per colpire.
Ho messo per voi la mia giacca, e la cravatta che mi sta appesa al collo come il vostro guinzaglio preferito, per tenermi dentro il mondo che avete sognato per me, regalandomi con amore il privilegio di esserne prigioniero.
Stringo la mia valigia mentre sento che il vostro interesse si accende, insieme alle piccole dolci spie rosse che cominciano a pulsare per avvertire che mi sto avvicinando alla stanza proibita. Ci sono più porte per entrare, e sembrano tutte aperte, ma io non cedo e giro lentamente intorno, a cerchi più stretti. Tutti gli occhi delle teste giganti di pietra scandagliano il percorso e cercano di leggere sul mio volto le intenzioni. Ma mi avete insegnato troppo bene a mostrare ciò che altri volevano per lasciarvi capire che state guardando un grosso felino, che sotto la sua calma apparente ha i muscoli tesi e pronti a scattare.
Non ora, ancora un giro intorno alla prossima porta, e intanto avverto il profumo, il calore, la luce che si trova lì nella stanza attorno alla quale continuo a girare. Nessuno può portarla via, anche se sembra lì a portata di mano. Entro nella stanza, fuori calmo come ogni altra persona che fino a pochi minuti fa vi era dentro, e sono solo al suo interno. Sono uguale a prima, indecifrabile nel mio desiderio, ma con le mani più leggere.
Divento uno degli altri mille che sono entrati, hanno guardato e goduto della bellezza e poi, senza rischiare nulla se ne sono andati, mille cloni apparenti di me stesso che ora confondono le telecamere. Dove sono finito? Chi è dentro la stanza e chi fuori?
È in quel momento che l'urlo delle sirene esplode frantumando il brusio delle voci e inondando l'aria fino a renderla irrespirabile.
I tappi di cera reggono.
Il diamante, la pietra viva è scomparsa. Tutti corrono, terrorizzati, fuggendo in ogni direzione. Le teste di pietra hanno un sussulto, ma i monitor lo trasformano in un tronfio sorriso. Le grate di metallo, con la precisione del sofisticato meccanismo che le controlla, sono calate di schianto nello stesso preciso istante in cui è stato tentato il furto. Le telecamere rincorrono l'interno della stanza, dove il diamante è scomparso, pavimento, pareti, soffitto, gli agenti accorrono davanti alle grate.
Nessuno.
Solo allora, sotto una delle porte, si accorgono che una valigia grigia, una Samsonite da viaggio, è rimasta incastrata sotto la porta rivelando l'anima in acciaio a nido d'ape che ha retto alla pressione dei possenti pistoni idraulici che avevano spinto giù la grata.
Uno spazio di poche decine di centimetri, lo spazio sufficiente per la fuga di un agile felino.
12:42 Scritto da: deep_seeker in Voglia di se(n)s(s)o | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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